Lionello ...destino dolceamaro
Scritto da Emilio Corona   

L'avvocato Lionello Manfredonia ex calciatore idolo delle tifoserie: laziale, juventina e, parzialmente, romanista, è oggi un rinomato professionista forense specializzato in diritto penale e tributario. Procuratore sportivo, dal 2004 'agente FIFA'. Poche settimane fa l'ho rivisto con piacere a Piazza Ungheria, per un aperitivo e quattro chiacchiere seduti a un tavolino del caffe Hungaria simbolo della Roma bene, ricca e borghese. Dall’altra parte della piazza, la chiesa di San Roberto Bellarmino, dove si svolsero i funerali di Dino Viola che, dopo la militanza di 'Lio' nella Lazio, il calcioscommesse che lo travolse, il passaggio alla Juventus. Nel 1987 lo volle alla Roma, spaccando la curva Sud.
Lionello è nato a via Panama. Famiglia borghese, classico pariolino, grande laziale. Da ragazzino trascorreva i pomeriggi con gli amici a giocare a pallone nei prati di Villa Ada. E' approdato adolescente nel settore giovanile della Lazio dove dopo una trafila tra pulcini, giovanissimi, allievi e primavera, ha esordito in massima serie il 2 novembre 1975 nella gara contro il Bologna. Titolare dall'anno successivo, si è imposto come uno dei migliori difensori italiani, dapprima nel ruolo di libero e in seguito di stopper. Dopo 11 partite con la nazionale under-21, il 3 dicembre 1977 ha debuttato con la nazionale maggiore nella partita contro il Lussemburgo, venendo poi convocato per il mondiale del 1978. Dopo quel Mondiale, in ragione di alcuni screzi con l'allora commissario tecnico Enzo Bearzot, ha finito la sua esperienza in azzurro. Nel 1982, dopo essere stato coinvolto nello scandalo del calcio-scommesse del 1980 insieme all'amico di sempre Bruno Giordano, è rientrato nella Lazio all'epoca in Serie B. Quella stagione è stato impostato come mediano incontrista, e ha giocato uno splendido campionato, al termine del quale la Lazio è stata promossa in A. Nel 1985, però, al termine del disastroso campionato che ha sancito la nuova retrocessione dei biancocelesti, Manfredonia è passato alla Juventus, con la quale si è tolto la soddisfazione di vincere nel 1986 uno scudetto e una Coppa Intercontinentale. Nel 1987 Dino Viola l'ha voluto alla Roma, dove è stato schernito e pesantemente contestato dai tifosi per il passato in maglia biancoceleste e bianconera. In curva si formò addirittura una frangia organizzata contro di lui, il "gruppo anti Manfredonia", che ebbe a sua volta accesi diverbi con gli altri gruppi ultras della squadra.
Lionello ha chiuso la carriera di calciatore dopo che, il 30 dicembre 1989, in una gara contro il Bologna si è accasciato a terra, vittima di un arresto cardiaco. La temperatura quella domenica era di 5 gradi sottozero. E' stato proprio il vecchio amico Bruno Giordano, collega ai tempi della Lazio ad accorrere per primo e a soccorrerlo. Che fatalità del destino di Manfredonia  la squadra del Bologna: prima e ultima partita in serie A.
Che ricordi di quel pomeriggio?
«Ricordo il viaggio Roma- Bologna con il treno, allora si chiamava 'Pendolino'. Una scelta diversa dal solito, il treno non si prendeva quasi mai per le trasferte. Ricordo il ritiro, la preparazione della partita. Cose normali, consuetudinarie. Poi nella mia vita c'è un buco di due, tre giorni, quando mi sono svegliato dal coma in ospedale».
Chi hai visto per primo quando hai riaperto gli occhi?
«Il mio amico ed ex compagno di squadra Fulvio Collovati. In quei giorni, oltre ai miei familiari, sò che son venute tantissime persone a farmi visita. Cabrini passò lì da solo al mio capezzale l'intera notte di San Silvestro, sono rimasto molto colpito per questo. Come mi hanno commosso i tanti gesti di amicizia e solidarietà. Non me l'aspettavo». 
Lio ...ma che ti è successo quel pomeriggio?

«Nei primi bollettini medici s'è parlato di infarto. Ma la diagnosi vera è arresto cardiaco. E' andata così, senza che ci fossero stati segnali premonitori».
Che spiegazione ti sei dato?
«Quella domenica faceva un freddo da paura e io, ricordo, quel fine settimana mi sentivo un pò di febbre. Ricordo che in treno guardavo i paesaggi in silenzio con un fortissimo mal di testa. Avevo accumulato stress, poche settimane prima era morta mia mamma. Credo sia stato un insieme di cause, perchè, ripeto, mai prima di quel giorno avevo avuto problemi cardiaci, nè di altro tipo. Per fortuna l'angelo custode quel giorno non mi ha abbandonato».
A chi devi la vita?
«Intanto al fatto che ci fosse un defibrillatore a bordo campo, fatto eccezionale per quell'epoca. E poi ai medici e massaggiatori di Roma e Bologna e ai dottori dell'ospedale Maggiore. In particolare Giorgio Rossi, che mi ha praticato la respirazione bocca a bocca, e il dottor Naccarella che al quinto disperato tentativo è riuscito a riattivare il mio cuore».
Hai voluto sapere subito al risveglio cosa ti era accaduto?
«Come mi sono risvegliato, mi hanno detto che ho chiesto cosa avesse fatto la Roma e una sigaretta. Poi mi sono fatto raccontare tutto. Così sono tornati lentamente alla memoria i ricordi dell'incidente. Per fortuna ho recuperato velocemente. Sono ritornato a vivere presto. Sì come persona grazie a Dio sono rinato subito. Come calciatore purtroppo sono morto quella domenica».
Ti brucia tanto, vero?
«Sì, mi rode che mi abbiano proibito di giocare. Stavo benissimo, ero tranquillo e avevo una voglia matta di pallone. Mi hanno fermato i medici, ma io ero pronto a prendermi tutte le responsabilità pur di non smettere. Quello di Bologna, credo sia stato solo un episodio. Ho sempre fatto vita da atleta».
Cosa hai provato quando molti hanno attribuito ciò al fatto che il tuo nome era stato inserito tra i sospetti casi di doping?
«Non me ne importa nulla delle 'liste nere' o quant'altro sia. Sò chi sono e che cosa ho fatto. Quello che è successo a me non c'entra assolutamente con il doping. E poi di cosa pensano gli altri non mi interessa. Sono i miei figli il mio unico punto di riferimento».

 

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